Scienza dei dati sugli hotspot Covid: casi complessi e non complessi

Ci siamo abituati da alcuni mesi a sintonizzarci nel tardo pomeriggio su TV e social per ascoltare il consueto bollettino sul numero dei contagi che negli ultimi giorni è tornato in Italia a salire lentamente. E' raro, se non rarissimo, che venga fatto cenno delle zone e dei raduni nei quali sono stati riscontrati dati significativi sul propagare della pandemia. Nel Regno Unito è da poco entrata in vigore la regola del 6 nel senso che le riunioni sociali con più di 6 soggetti diventano illegali.

Questa regola aiuta significativamente a identificare meglio i ritrovi a rischio e a circoscrivere con maggiore efficacia i contagi nelle famiglie che pare il luogo di convivenza ove avvengono in maggioranza i casi di contatti positivi.

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L’aiuto dei Big Data per combattere i cambiamenti climatici

Il mese scorso uno scienziato australiano, Steven Sherwood, con il proprio team di esperti ha pubblicato un documento fra i più importanti e preoccupanti sul tema del cambiamento climatico. Come noto, l’argomento non è nuovo, ma forse negli ultimi mesi l’opinione pubblica lo ha messo da parte a favore della più scottante questione della pandemia.

Nella pubblicazione si indica una nuova stima dell’aumento delle temperature mondiali nel prossimo secolo che dovrebbe arrivare fino a 4 gradi Celsius in più, variazione questa ben maggiore dei 2 gradi sui quali si era definito un accordo fra le nazioni a Parigi nel 2015. La notizia è estremamente negativa per l’intera sostenibilità delle risorse alimentari del pianeta, ma ha ulteriormente portato attenzione ai metodi con i quali ridurre le emissioni di CO2.

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Psicologi, big psicologi

Nel 2012 il New York Times aveva annunciato, per primo fra le testate giornalistiche, l'arrivo dei "big data". Oggi il termine è significativamente e consciamente diffuso in ambito aziendale, più inconsciamente pervade il mondo dei consumatori privati. Alla fine del 2018, infatti, oltre il 90% delle aziende prevedeva di sfruttare il potere crescente dei big data anche se i sostenitori della privacy ne denunciano le potenziali insidie soprattutto nei confronti dei consumatori finali. Certamente l’aspetto più significativo nell’uso dei big data è la capacità predittiva che offrono le applicazioni durante le operazioni di lettura, aggregazione e sintesi dei dati per comprendere come vivranno le persone e cosa acquisteranno. Non siamo comunque in possesso di sistemi infallibili, anzi, quando si hanno a disposizione “dati lunghi” o “long data” oltre che big, la capacità di predire i comportamenti risulta decisamente maggiore.

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Soft power e big data

Da un paio di decenni, a seguito di studi e pubblicazioni proposte dalle Università americane, si è andato consolidando il concetto di Soft Power. Il termine è stato coniato dal professor Nye della Harward University e descrive un aspetto differente del potere che può venire espresso da uno stato. Il Soft power si contrappone all’hard power che racchiude indici quantitativi di una nazione quali forza militare, popolazione, economia. Il Soft power rappresenta la capacità persuasiva di uno stato nell’ottenere i risultati desiderati in politica estera.

Tale capacità dipende sia dall’abilità dei personaggi in ambito internazionale che dalle fonti informative quali la cultura di un paese e i mezzi di comunicazione.

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