I dati personali hanno un valore?

Uno degli slogan più famosi della pubblicità è quello di un’azienda di prodotti cosmetici: “Perché tu vali”. Questo slogan risale a diversi decenni fa ma è a tutt’oggi estremamente moderno in quanto sottolinea che il valore del prodotto commercializzato non sta tanto nel prodotto quanto nella persona che lo usa. Assegnare un valore all’utilizzatore del prodotto o del servizio è quello che si fa esattamente oggi, quando scaricando ed installando una applicazione sullo smartphone personale si accetta lo scambio fra il prodotto stesso, gratuito, ed i dati personali. Spesso non sono solo i dati anagrafici ma, dando un consenso più ampio, si consente all’applicazione di intercettare spostamenti, pagamenti, acquisti, click di interesse sulle pagine del web, permettendo così una raccolta di informazioni che confluiscono sui sistemi di intelligenza artificiale che, nei casi più comuni, realizzano campagne di promozioni commerciali e di marketing mirate. 

La regola di scambio gratuito fra l’uso dell’applicazione e la cessione dei dati personali è decisamente sbilanciata. Diverse statistiche su milioni di applicazioni mostrano come la quantità di dati richiesti per l’uso di app a pagamento sia decisamente inferiore rispetto a quelle gratuite. E questo conferma come l’uso gratuito di una applicazione sia sostanzialmente pagato con i dati degli utenti.

Il dato, materia prima per l’analisi del mercato, dei consumi, delle opinioni, delle convinzioni politiche e di chissà quante altre tematiche, è quindi un bene economico che è parte di un percorso di trasformazione ossia di una catena del valore. I dati vengono analizzati e trasformati ottenendo a loro volta nuovi dati fino a raggiungere una sintesi finale che costituisce la conoscenza. Vi è differenza fra il valore economico dei dati e di altre materie prime. Il petrolio, ad esempio, viene trasformato in svariati prodotti finali ma il suo valore economico dipende in gran parte dalla sua abbondanza o scarsità, dall’incontro fra domanda e offerta. Ai dati, trasformati, trasferiti, sintetizzati che valore economico è possibile dare?

Non è semplice dare una risposta a questa domanda se pensiamo a come il dato nasce come materia prima, cioè nel momento in cui è emesso nell’atto di scambio quando installiamo un’applicazione. In quell’istante cediamo un dato che non cederemmo se l’applicazione fosse a pagamento, quindi il nostro dato personale ha valore. Ma il nostro dato personale, ad esempio un dato come il genere, maschio o femmina, è privato o è pubblico. Se, per ipotesi, fosse considerato privato avrebbe ancora di più un valore economico e rafforzerebbe il concetto di cessione a pagamento. Ma, al contrario, se anche fosse considerato pubblico continuerebbe a conservare un valore dal momento che l’azienda che lo acquisisce genera con le proprie elaborazioni un valore privato.

La risoluzione di tali questioni è fondamentale e dovrebbero risolvere il paradosso secondo il quale le informazioni che rilasciamo sono un bene pubblico ma, a differenza dei beni pubblici vengono trasformate in private da soggetti che le sfruttano per ottenere un valore economico privato. Siamo su un terreno di grave ambiguità e probabilmente non si riesce a rispondere con chiarezza sai i dati personali siamo privati o pubblici, ma certamente hanno valore.

 

 

Blogs network

Iscrizione alla newsletter

I agree with the Privacy e Termini di Utilizzo
Con l'iscrizione riceverai news sul mondo dell'IT e Big Data.
Back to Top